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 di S. Pezzella in Dizionario biografico degli italiani, Cfr. www.treccani.it

 

 

Nacque a Chivasso (Torino) intorno al 1414 da Pietro. Studiò nella sua città natale e poi a Bologna dove si addottorò in teologia morale e speculativa e in diritto canonico e civile. Ritornato a Chivasso, entrò nelle magistrature con incarichi di sempre maggior rilievo fino a quando ottenne la nomina a senatore del Monferrato dal marchese Gian Giacomo.
La svolta della sua vita si verificò nel 1441, a trenta anni circa, quando il C., abbandonata ogni attività civile, abbracciò la vita religiosa entrando nell'Ordine francescano fra gli osservanti della provincia di Genova, che allora estendeva la sua giurisdizione sui conventi della Liguria, del Piemonte, del Monferrato e diparte della Lombardia. Egli trascorse il periodo del suo noviziato a Genova e, dopo aver ricevuto gli ordini sacri fu destinato dai suoi superiori all'insegnamento nel convento di Nostra Signora del Monte presso Genova. Si dedicò però anche alla predicazione in cui raggiunse una meritata fama oltre che a Genova, a Mantova, a Cuneo, a Mondovì, a Torino. La sua vita rigida e austera lo imponeva intanto anche alla considerazione dei suoi confratelli che lo elessero vicario della provincia di Genova nel 1462, rinnovandogli poi il mandato nel 1467. In quest'anno egli fu scelto dal suo Ordine ad accompagnare come aiutante e consigliere fra' Pietro da Napoli, incaricato dal vicario generale Battista da Levanto di riordinare la provincia francescana d'Austria, che comprendeva tutti i conventi germanici, polacchi e boemi ed era dilaniata da gravi conflitti interni. La missione fu coronata da completo successo e, nel conclusivo capitolo di Cracovia, presieduto da fra' Pietro da Napoli, si decise di suddividere la vecchia provincia nelle nuove province d'Austria, di Polonia e di Boemia, ciascuna presieduta dal rispettivo vicario. Tornato in Italia, il C. riprese la sua usuale attività, ma nel 1472, nella congregazione generale tenuta all'Aquila, venne eletto vicario generale degli osservanti cismontani. In tale veste, fu costretto ad affrontare subito il gravissimo problema lasciato in sospeso dal suo predecessore, il padre Marco Fantuzzi, di dissuadere Sisto IV dal proseguire nel suo disegno di riportare gli osservanti, privati della propria autonomia di governo, sotto la direzione del ministro generale dell'Ordine. Il C. agì con tanta abilità che Sisto IV non soltanto conservò gli osservanti nei loro privilegi, ma si dichiarò anche loro protettore.
La capacità di governo del C. ottenne perciò vasti consensi cosicché la carica, di durata quadriennale, gli fu rinnovata per altre tre volte, nel 1478, nel 1485 e nel 1490. Intanto sulla scia del suo confratello padre Barnaba da Terni, che aveva fondato il primo Monte di pietà a Perugia nel 1463, volse i suoi interessi anche a queste specifiche forme di intervento dei frati minori nelle attività sociali ed economiche, promuovendo l'erezione di un Monte di pietà a Vercelli (nel 1474) e, in anni successivi, a Genova e a Savona di cui nel 1484, dettò quasi certamente gli statuti.

Questa attività era sorretta da solidi interessi dottrinali che ebbero precisa formulazione in quella che è considerata la sua prima opera: Anecdotum in quo agit de contractibus edita postuma a Milano nel 1768. Il trattato è diviso in tre "considerazioni", nella prima delle quali si discute dell'esercizio della vendita e della compera, dei periodi nei quali è vietato, della liceità o meno della vendita di alcuni beni e diritti. Nelle altre due parti il C. affronta il problema dell'usura, esponendo ordinatamente i motivi per cui deve essere proibita, ma anche le eccezioni a questa norma generale. Nell'esaminare questa vasta tematica mutuata principalmente da s. Bernardino da Siena il C. segue un procedimento scolastico: prima definisce un articolo dell'argomento principale e ad esso fa seguire i possibili dubbi dottrinali, a ciascuno dei quali dedica poi una risposta chiarificatrice, dottrinalmente sicura, proposta come modello da seguire nei casi analoghi.

Il C. verrà però presto chiamato ad altri più importanti incarichi. Nel 1480, in conseguenza dello sbarco turco a Otranto, Sisto IV proclamò la crociata e il 4 dic. 1480 incaricò il C. di predicarla con il titolo di nunzio e commissario apostolico. Il suo compito precipuo consisteva nell'indurre principi e popoli a partecipare con ogni mezzo alla guerra antiturca, arruolandosi nell'esercito cristiano oppure versando un contributo in danaro. Per raggiungere questi scopi, il papa attribuì al C. facoltà molto ampie: di concedere un'indulgenza plenaria per chi partiva per la guerra, di convalidare matrimoni ritenuti nulli per impedimenti occulti, di dirimere affinità o consanguineità, di assolvere peccati. Il C. poté così dare un contributo rilevante a quel moto di reazione militare che porterà, nel settembre del 1481, alla riconquista di Otranto, e il papa, con la speranza di poter continuare l'impresa contro i Turchi, gli confermò di nuovo l'incarico di nunzio e commissario apostolico con una bolla del 4 dicembre dello stesso anno. Ma l'impresa non continuò, e il C., rifiutando ogni ricompensa, chiese soltanto alcuni benefici per il terz'ordine e un breve del papa con il quale lo si dispensava per il futuro dall'accettare altre cariche ecclesiastiche.

Pochi anni dopo, egli pubblicò la sua opera più importante, la Summa casuum conscientiae (Chivasso 1486), che scrisse su invito del frate Girolamo Torniello, tenendo presente i precedenti costituiti dalle summae di Agostino d'Ancona e Bartolomeo da San Concordio. La Summa si presenta come un vasto repertorio per aiutare a scegliere in ogni circostanza le soluzioni religiosamente corrette al proprio operato. L'arco di interessi dottrinali abbracciati era vastissimo e si estendeva oltre che al dominio della morale e della teologia alla politica, ai rapporti sociali, all'organizzazione economica. Il C. attinge a teologi (Alberto Magno, s. Ambrogio, s. Anselino, s. Agostino), a giuristi (Alessandro d'Imola, Andrea Barbazza, Angelo da Perugia), a studiosi della Bibbia (s. Bernardo, s. Bonaventura). In base a queste fonti egli opera come una sintesi dottrinale cui ricorreranno in seguito confessori e moralisti per risolvere in modo ortodosso i casi ad essi sottoposti. Alla Summa, accolta con immenso favore, fu dato l'attributo di angelica dal nome del suo autore. Lutero invece la considerò come una tipica espressione del potere romano e, come testo demoniaco, la bruciò nel 1520 nella piazza di Wittenberg insieme con la bolla di scomunica di Leone X e il Corpus di diritto canonico.
A più specifici problemi di teologia morale il C. si volse con un'altra sua opera, il Manuscriptum in quo agit de decem praeceptis Decalogi et de septem vitiis capitalibus, pubblicata a Milano nel 1767. Alla trattazione sono premesse tre considerazioni relative alla scelta del confessore. La prima parte dell'opera indugia in una spiegazione dei dieci comandamenti, che permette all'autore d'indicare nel difetto dell'osservanza delle prescrizioni del decalogo la caduta nel peccato. Si rientra perciò ancora una volta nella casistica, e lo stesso avviene nella trattazione dei sette peccati mortali. Il primo dei quali, la superbia, è considerato il più pericoloso perché implica il desiderio di accrescere i propri benefici e onori, la presunzione di ritenersi superiori agli altri e alle proprie forze, l'ingratitudine, l'irrisione, la disubbidienza ai precetti della Chiesa. Seguono gli altri peccati: l'avarizia, considerata come amore smodato di beni anche altrui e il rifiuto di aiutare il prossimo in momenti di estremo bisogno; la lussuria, che si esplica come violenza e disprezzo dei propri simili mediante lo stupro, l'adulterio, l'incesto, la sodomia; l'invidia, che è considerata come dolore per i beni intellettuali e materiali che altri posseggono e che si traduce nell'odio per essi; la gola, che conduce all'ebbrezza e allo sconsiderato amore per il cibo; l'ira, che provoca e richiede la vendetta, l'offesa, la rissa, la bestemmia; l'accidia, infine, che rende inerti gli uomini di fronte alle necessità, generando malizia e negligenza.

Gli avvenimenti politico-religiosi indussero ancora una volta il C. a svolgere un ruolo rilevante nel 1491, quando Innocenzo VIII si propose di estirpare l'eresia dei valdesi della Savoia e del Piemonte indicendo contro di essi una crociata. Il C. fu incaricato di predicarla e a lui vennero conferiti a questo scopo ampi poteri: di inquisire e punire quanti si scoprissero rei o sospetti di eresia; di assolverli se pentiti, ma di privare i ribelli anche di ogni beneficio ecclesiastico. Inoltre egli poteva decidere e giudicare indipendentemente dalle autorità ecclesiastiche locali, vescovi e arcivescovi, che erano invece tenuti a dargli tutto l'aiuto possibile. Il C. intraprese il suo compito ai primi del 1492 e avrebbe fatto prevalere, nei confronti del reggente di Savoia Filippo II di Bresse che agiva militarmente, il suo punto di vista, di cercare cioè la soluzione dell'impresa con la persuasione più che con il ricorso alle armi. In realtà non si conoscono i rapporti tra i due personaggi, e la spedizione diede soltanto luogo ad una guerriglia intessuta di sanguinosi episodi di violenze e di lotte senza che si giungesse ad uno scontro frontale. Essa ebbe termine soltanto quando il C. cessò di predicare la crociata, nel 1493. Il ritorno in Italia del C. coincise con la fine del suo quarto mandato di vicario generale. Egli aveva ormai sperimentato tutto un ampio arco di attività religiose che denotano la sua natura sostanzialmente eclettica e la sua tendenza a circoscrivere la problematica religiosa entro limiti giuridici. Le sue forti propensioni alla vita ascetica, l'osservanza dei digiuni e delle penitenze, l'amore per la povertà non escono dagli schemi della spiritualità dei suoi tempi mentre la veemenza battagliera e l'efficacia con cui sapeva piegare le coscienze alle ragioni di Roma anticipano un modello di comportamento che si ritroverà in periodi di tempo tra i più rigidi della Controriforma.
Rassegnato il suo mandato, il C. si ritirò nel convento di Bene, da cui dovette ripartire pochi mesi dopo con l'ordine di recarsi a Udine, nel convento di S. Antonio, col compito di lettore di teologia. Morì in questo convento l'11 apr. 1495. Fu beatificato con decreto della Congregazione dei Riti il 14 apr. 1753 che Benedetto XIV approvò lo stesso giorno.

Oltre alle opere già ricordate il C. scrisse un Tractatus de restitutionibus, Romae 1771-72;una Declaratio seu interpretatio super BullisSixti IV, opuscolo conservato in unico esemplare nella Biblioteca nazionale di Firenze tra le edizioni del sec. XV; e un Officium et Missamde quinque Martyribus Ordinis Minorum.Gli vennero anche attribuiti due testi pubblicati insieme ad Alcalà nel 1562: De restitutionibus e Arca Fidei che appartengono però ad Antonio di Cordova.

Bibl.: O. Marentini, Vitadel beato A. C. di Chivasso, Torino 1753;G. Elice, Orazione panegirica del b. A. da Chivasso detta nella chiesa cattedrale di Cuneo, Cuneo 1852;C. Pellegrino, Vita del beato A. C., Cuneo 1888;M. Viora, Le persecuzioni contro i valdesi nel sec. XV. La crociata di Filippo II, Torre Pellice 1924; Id., A.C. da Chivasso e la crociata contro i Turchi del 1480-1481, in Studi francescani, II(1925), pp. 319-40;V. Gidzuinas, De initiis Fratrum Minorum de Observantia in Lituania (1486-1600), in Arch. franc. histor., LXIII (1970), pp. 50-51; R. Rusconi, Manuali milanesi di confess. editi tra il 1474 e il 1523, ibid., LXV (1972), pp. 111 n. 3, 126n.
2, 151; C. Schmitt, Manuscrits de la Bibliothèque munic. de Metz, ibid., LXVII (1974), pp. 474, 477 s., 521, 523, 553; Bibl. Sanctorum, I, coll. 1235-37; Dict. d'Hist. et de Géogr. Ecclés., III, coll. 19 s.

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