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Galeotto del Carretto

marchese del Finale

(poco prima del 1455 – 31 ott. 1530)

 

A cura di Pierluigi Piano.

liberamente tratto dalla voce Del Carretto, Galeotto, di R. Ricciardi, in Dizionario biografico degli italiani, vol. 36, Roma Istituto della Enciclopedia Italiana 1988, pp. 415 – 419.

 

Figlio del marchese Teodoro, signore di Millesimo e consigliere dei Paleologi di Monferrato, e della genovese Brigida Adorno, nacque poco prima del 1455 in una località non precisata del contado di Acqui, dove la sua famiglia possedeva ampi feudi.

Dovette, nella sua prima giovinezza, dovette ricevere un’accurata educazione letteraria ed ebbe modo di frequentare i dotti e i poeti umanisti che frequentavano la corte di Guglielmo VIII Paleologo marchese di Monferrato. Casale Monferrato in quegli anni divenne capitale dello stato e sede vescovile (1474) e fu uno dei maggiori centri dell’umanesimo subalpino. Presso la piccola corte si soffermarono: Antonio Astesano, Giovan Mario Filelfo, Ubertino Clerico da Crescentino, Francesco Capra ed altri. Galeotto Del Carretto ben presto entrò in contatto con l’ambiente pavese e con quello milanese. Si legò d’amicizia con i poeti Piattino Piatti e Gaspare Visconti. Con quest’ultimo fece parte della comitiva ducale che nel dicembre 1488 si recò a Napoli per prelevare Isabella d’Aragona, promessa sposa di Gian Galeazzo Visconti.

Nel 1492 Galeotto Del Carretto partecipò con Baldassarre Taccone e Giasone del Maino all’ambasceria inviata da Ludovico il Moro a Roma, per felicitare il pontefice appena eletto, Alessandro  VI Borgia, e ne celebra l’instaurazione con un’elegia  in versi italiani.

Intanto, per desiderio del marchese Bonifacio III, il Del Carretto componeva e presentava al Paleologo, il 15 agosto 1493, la Cronica degli Ill.(ustrissi)mi Principi… del Monferrato, in ottava rima.

È probabile che si possa attribuire al Del Carretto l’opera poetica intitolata: La laude di Massimiliano re de’ Romani e d’Ungaria, pubblicata in Roma da J. Besicken dopo il 19  agosto 1493, data della dipartita dell’imperatore Federico III. La poesia, al termine della quale l’autore si firma, sarebbe nata in ambiente sforzesco, e gli accordi per la stampa furono presi quasi con certezza dal Del Carretto durante il viaggio del 1492.

Morto il marchese Bonifacio III, il Del Carretto fu assunto nel Consiglio di reggenza, e ottenne la carica di cameriere marchionale, con cui è menzionato in un documento del 26 gennaio 1495.

Nel giugno 1494 fece un primo viaggio a Mantova. Il Giorcelli suppone  per notificare ai Gonzaga, la morte di Bonifacio e la nomina a reggente della vedova Maria di Serbia, coadiuvata da Costantino Comneno Arianiti.

Tra il 1496 e il 1497, per i suoi incarichi ufficiali, Galeotto del Carretto soggiornò con una certa continuità presso la corte mantovana, e poté ingentilire la sua vena poetica a contatto con il raffinato ambiente mantovano, in cui primeggiavano il Tebaldesco e Serafino Ciminelli.

Resta importante testimonianza per ricostruire alcune fasi della sua vita il carteggio tra Galeotto Del Carretto e la marchesa di Mantova, la coltissima Isabella d’Este, moglie di Francesco II Gonzaga e “prima donna” del Rinascimento italiano. Il 4 gennaio 1497 Galeotto chiedeva alla marchesa «che se degni de mandarme alchuni canti de le mie belzerette fatti per lo Tromboncino … a la partita mia da Mantua», ed esemplari di queste «poesie per musica» si trovano tuttora nel cod. A I 4 della Biblioteca comunale di Mantova.

La difficile situazione politica del Monferrato e dell’Italia settentrionale, dopo la discesa di Carlo VIII, trattenne sempre di più Galeotto del Carretto nella capitale del piccolo stato. Diviso tra le incombenze delle sue cariche e il richiamo ricorrente della attività poetico-letteraria. In quegli anni proseguiva la stesura, in prosa, della Cronica; scriveva regolarmente poesie liriche di ogni genere, che inviava, manoscritte, a Isabella d’Este; iniziava la composizione del Timon Greco, azione teatrale concepita e portata a termine tra i primi mesi del 1497 e il gennaio 1498. Poneva mano alla cosiddetta Commedia de Beatrice, scritta in onore di Beatrice d’Este «puoco avante che lei moresse», e non pervenutaci. “Beatrice d’Este” – scrive Barblan – “morì giovanissima, nel gennaio 1497 e la sua scomparsa ebbe grave ripercussione sulla vita artistica di corte: tanto che il poeta Vincenzo Calmeta, già segretario della duchessa e assiduo approntatore per le frottole del Tromboncino, poteva scrivere che «da lieto paradiso in tenebroso inforno la Corte si converse». In memoria della duchessa tanto amica della musica, l’altro poetà che legò il proprio nome alla lirica frottolistica, il marchese Galeotto Del Carretto, scrisse l’egloga drammatica Beatrice che fu eseguita a Casale, nel 1499, con gli interludi lirici composti da Bartolomeo Tromboncino”.

Nel frattempo le vicende personali del Del Carretto si intrecciavano sempre di più con quelle del Monferrato. Nel 1499, discesi nuovamente i Francesi in Italia, Galeotto Del Carretto seguì il giovane marchese Guglielmo IX e il governatore Costantino Arianiti, che si erano spinti con le milizie monferrine da Casale a San Salvatore, poi li accompagnò a Milano nel seguito del nuovo re di Francia Luigi XII sceso a prendere possesso del Ducato.

L’11 novembre 1499 Galeotto si trovava a Vigevano, da dove scriveva al luogotenente generale del marchese di Mantova, Enea Furlano, dicendo di aver «fatto in questi tempi fastidiosi de l’absentia nostra di Monferrato per recreatione mia alcune belzerette», e a Isabella , lo stesso giorno, per unirle qualche sua poesia e anticiparle l’invio di una «commedia nova quale ho fatto da doi mesi in qua» (T118), a noi sconosciuta.

Lo stesso 11 novembre egli era testimone a Vigevano dell’Arianiti, caduto in disgrazia del re di Francia.

Il marchese Guglielmo Paleologo rimase a Torino sotto la tutela del Ligny. Galeotto Del Carretto fece ritorno a Casale con gli altri gentiluomnini di corte verso la fine di novembre. Da Casale il 5 dicembre , informava minuziosamente il Gonzaga della fuga di Guglielmo a Volpino, onde sottrarsi alla tutela di Luigi XII (T. 119), colà, egli stesso, insieme con altri nobili casalesi, si recò per prelevare il giovane marchese e accompagnarlo a Pontestura.

Sempre nel dicembre 1499 partecipò, in Casale, all’Assemblea dei tre stati del marchesato di Monferrato, che decise di chiedere a Luigi XII la restituzione del marchese Guglielmo IX assistito da un Consiglio di Stato per la sua minore età.

Il 29 gennaio 1500, tranquillizzatasi la situazione pubblica, Galeotto Del Carretto insieme a Giovanni Bellone fu nominato proconsole di Casale. Scrisse ad Isabella informandola di avere inviato alla Corte di Mantova «belzerette» e «commedia» (T123).

Tra l’agosto e il novembre 1500 Galeotto si recò nuovamente a Mantova, dove ricevette da Isabella una «cordial demonsstratione» (T125).

Il 15 giugno 1501 era a Casale.

Si apre una parentesi estremamente difficile nella vita di Galeotto Del Carretto, sospettato di connivenza con l’imperatore, Massimiliano II, fu mandato dal marchese «per confine … in altre terre fuori della sua iurisdictione» con il fratello Alberto (Lettera di B. Tosabezzi al Gonzaga del 29 luglio 1501, Manacorda, p. 64). Se si accetta la supposizione che il Del Carretto fosse richiamato, insieme con altri esiliati, per il Natale del 1501, appare che la sua lontananza da Casale era durata solo cinque mesi (Manacorda, 65). In realtà l’esilio del Del Carretto dovette protrarsi assai più a lungo, come risulta dalla prefazione – dedica della tragedia Sofonisba, inviata a Isabella d’Este il 22 marzo 1502, e da una lettera da Pontestura del 26 gennaio 1503, con cui il Del Carretto tiene ad informare la marchesa che «è piaciuto al… marchese nostro … revocarmi de la relegatione et reintegrarmi nel offitio mio pristino del magistero de casa, come collui che ha inspetto et bon compreso la mia fede et innocentia, et questo essere causato più da invidia de qualche emulo» (T129). Non è dato di conoscere il luogo dell’esilio del Del Carretto, fuori, comunque, dal Monferrato, né i motivi per cui fu richiamato da Guglielmo; sembra abbastanza verosimile che lo stesso marchese, in occasione della sua permanenza a Lione presso la corte francese, nel 1502, avesse interceduto in suo favore presso Luigi XII (Giorcelli, Documenti, p. 162).

L’esilio lasciò una dolorosa impressione nell’animo del Del Carretto, che adombrò la sua infelice situazione nel dramma allegorico Tempio d’Amore (scritto nel 1504) e in particolare nella figura di Fileno, ingiustamente relegato. Il Del Carretto fu poi a Mantova ai primi del 1503, al solito ricevuto da Isabella con «demonstratione grandissima et amorevole accoglienza» (T130).

Dal 9 luglio al 15 dicembre 1503 egli andò al seguito di Guglielmo IX che si recava in Francia per ossequiare Luigi XII e rinsaldare il suo fidanzamento con Anne d’Alençon.

Nel 1506 il Del Carretto venne nuovamente eletto tra i proconsoli di Casale.

Durante il periodo quaresimale, per sciogliere il voto concepito durante una malattia, si recò in pellegrinaggio alla «Annunciata de Firenze», senza peraltro riuscire a incontrarvi Isabella, che era partita da «quella inclita cità» due giorni prima che egli vi arrivasse (lettera del 6 ott. 1506, T.134 s). Quando, nell’aprile 1507, Luigi XII scese ancora in Italia per recuperare Genova, che era insorta, il Del Carretto seguì Guglielmo «ne la compagnia che ha fatta di continuo al Christianissimo re», informando altresì Isabella «de la grande infermità tolta in questo viagio» e scusandosi di «non puoter venir a Milano a veder tante degne feste et triumphi» e a renderle visita (lettera del 5 giugno 1507 T137).

Su richiesta del marchese, egli si aggregò alla comitiva di nobili monferrini, che andavano a Lione a incontrare gli sposi, e con loro fecero ritorno a Casale l’8 ottobre 1508.

Galeotto Del Carretto in una lettera ad Isabella di Mantova, esprimendo la trepida attesa di tutti i monferrini, richiede a lei informazioni per i festeggiamenti da farsi nel caso nascesse un figlio.

Il 4 marzo 1509 Galetotto Del Carretto scrive a Isabella d’Este:

Illustrissima et excellentissima Madama mia observandissima. Accadendo ad Anthonio dal Borgo, servitore de l’Illustrissimo Signor Marchese nostro, venire a Mantua cum li vini, non ho voluto venga senza questa mia; prima per far parte del debito mio in visitarla, come ad uno antiquo et bon servo se apertiene, in sua absentia, tener la memoria di sua servitute viva; poi per fargli intendere come Madama la Marchesana nostra è gravida de quatro mesi, dil che el Signor nostro se ne trova alegro cum mirabile expectatione de imitar lo Illustrissimo Signor vostro consorte, et così essa Madama nostra seguir la Excellentia Vostra in haver qualche figliolo, il che, se a Dio piacerà così sia, farà lieta et jubilante tutta la sua patria; et già el Signor nostro cercha de intendere che modo de governo et regimento è salito usare lo Illustrissimo Signor vostro consorte et la Excellentia Vostra nel Illustrissimo Signor vostro primogenito, acioché possi, accadendogli ad haver uno figliolo, usar in lui simile norma et amaestramento, pensando che le Vostre Excellentie siano veri et boni maestri ad morigerare  soi figlioli et fargli di sorte che siano virtuosi cum vero titulo de figlioli de degni principi. Idio donche gli concedi per sua mercé un tanto dono de haver uno herede questo anno; et facendo fine a questa mia, a la Excellentia Vostra basando la mano humilmente me ricomando…”

 

È probabile che a questi anni debba assegnarsi anche il matrimonio di Galeotto Del Carretto con una donna a noi sconosciuta, visto che Anne d’Alençon, scrivendogli da Mantova il 10 maggio 1516, lo prega di salutare la «consorte» (Manacorda 120); da queste nozze, comunque, non nacque prole, mentre un «fiolo bastardo» del Del Carretto era già morto il 16 gennaio 1509 (Casale, Arch. capitolare, Reg. Entrata funeralium, a. 1509).

Nel 1511 il del Carretto sovrintendeva ai lavori di abbellimento e restauro della chiesa di s. Maria in Piazza e di S. Domenico.

Nel 1512 Guglielmo gli concedeva, per ricompensarlo dei suoi servigi, la terra di Roccavignale a titolo di feudo vitalizio riscattabile (Casale, Arch. Co., Feudo di Roccavignale, Reg. un., f. 7578).

I rapporti con i Gonzaga intanto si erano alquanto allentati, ma non interrotti: per desiderio di Francesco, il Del Carretto compose e spedì alla corte mantovana «uno capitulo in dialogo de uno che parla cum uno spirto» per la morte di Girolamo Nigrisolo (lettera del 30 ott. 1513, da Trino, T 145 s).

Il 20 maggio 1515, Galeotto Del Carretto, in qualità di consigliere marchionale, fece da testimone ad un atto con cui Alberto Malaspina rinunciava, a favore di Guglielmo IX, a ogni diritto sulla terra di Santo Stefano (Belbo).

Nel 1516 Galeotto fu rieletto proconsole di Casale e in tale veste toccò a lui di muovere lagnanze a nome del popolo contro il marchese Guglielmo, per alcune sue infrazioni agli Statuti cittadini (Manacorda, 67).

Nell’autunno 1517 avrebbe dovuto accompagnare la marchesa Anne d’Alençon in Francia, e si dolse, nella lettera del 27 dicembre a Isabella, di non aver potuto per questo seguire il marchese Guglielmo nel suo viaggio a Mantova (T.147).

Galeotto Del Carretto fu uno degli artefici principali e più efficaci del patto nuziale tra Paleologi e Gonzaga, come dimostrano due lettere, entrambe del 27 febbraio 1517, a Francesco e a Isabella (T148s).

Con Guglielmo, il Del Carretto andò incontro a Federico Gonzaga, proveniente dalla Francia, verso la metà dell’aprile 1517, lo scortò prima a Casale, dove furono celebrate le nozze con Maria Paleologa, poi a Mantova.

Il 27 giugno Guglielmo rendeva ereditario il feudo di Roccavignale.

Alla morte del marchese di Monferrato, Guglielmo IX Paleologo, il 4 ottobre 1518, Galeotto Del Carretto rafforzò la propria posizione alla corte monferrina, grazie all’ascendente personale sulla marchesa e sul piccolo Bonifacio. Tanto che nell’anno 1519, di nuovo eletto tra i proconsoli di Casale, egli risulta il primo nell’elenco dei feudatari e magistrati della città che giurano fedeltà alla reggente Anne; e lo stesso anno è inviato con Andrea Cossa a San Giorgio Canadese per accertare i danni che le truppe casalesi avevano provocato nella regione ribellatasi e «dare notizie».

Nei medesimi anni il Del Carretto proseguiva la Cronaca, e nell’ottobre 1519 faceva dare alle stampe a Milano, presso A. Minuziano, il manoscritto  Tempio d’Amore.

Questo che fu ripubblicato a Venezia (1524) e a Bologna (1525), è un dramma «mescidato», nel quale, secondo l’esempio dell’Orfeo del Poliziano, viene trattato un argomento profano nella forma della rappresentazione sacra. L’estenuante lentezza dell’azione e l’elevato numero dei personaggi inducono a credere che il Del Carretto abbia profondamente modificato l’originario libretto, che forse era stato messo in scena nel 1504.

La definizione di chiamare «drammi mescidati» quelle composizioni «tecnicamente miste di medioevale e di classica» si deve a Vittorio Rossi. Come poeta drammatico Galeotto del Carretto visse un delicato momento del nostro teatro, legato per un verso ancora alla struttura della sacra rappresentazione e al tempo stesso sempre maggiormente sollecitato a riprodurre nella lingua volgare le forme (tragedia e commedia) del teatro classico antico. E le sue opere teatrali ne rispecchiano in certo senso la parabola verso il classicismo. “Se infatti i primi tre (di quelli a noi pervenuti) lavori teatrali del Del Carretto (Timon greco, La Sophonisba – che fu inviata ad Isabella d’Este nel 1502 – Noze de Psiche et Cupidine) si possono definire «drammi meschidati, dopo la parentesi del Tempio de Amore, strano componimento allegorico sotto il velo s’è voluta vedere l’esperienza dell’esilio subito da Galeotto nel 1501, il quinto, Li sei contenti, è ormai  una commedia di stampo classicistico e di imitazione platina.

Galeotto Del Carretto incluse nel Tempio d’Amore altri componimenti come la versione in terza rima della Tavola di Cebete (Dialogo di più persone congiunte con Amicizia) e il riassunto delle Metamorfosi di Apuleio. Se il Del Carretto scrisse il Tempio come metafora esistenziale, si lasciò certo influenzare da una lunga tradizione medioevale, che confondeva il simbolismo della rappresentazione allegorica con il realismo dell’esperienza personale, fino a fare delle proprie disavventure un paradigma moralistico valevole per tutta l’umanità.

Subito dopo il Tempio, fu pubblicata la commedia Noze di Psiche e Cupidine, senza alcuna nota tipografica, ma presumibilmente a Milano presso Alessandro Minuziano intorno al 1520. Essa fu riedita sempre a Milano nel 1520 da Augustino di Vimercate: “ad instantia de messer Ioanne Iacobo & fratelli de Legnano”  e, dopo la morte del Del Carretto, nel 1545 in Milano per Io. Antonio da Borgho.

Le Noze, scritte verso il 1502 – 1503, sono una parafrasi polimetrica della nota favola di Apuleio (Met.m IV-VI), con lo scioglimento dell’originario tessuto narrativo in recitativo dialogato e melodrammatico e corali cantati, e rappresentano un primo tentativo di poesia «barbara» (Sanesi, I, 218).

Sembrerebbe che quest’azione drammatica fosse già stata rappresentata al castello di Blois nel 1508 durante i festeggiamenti per le nozze di Anne d’Alençon e di Guglielmo Paleologo.

Nell’ottobre 1524 il Del Carretto versava alla cattedrale di Casale i lasciti del fratello Scipione, protonotario apostolico, che era appena morto; nel 1525 risulta iscritto alla Compagnia di San Michele in Casale, detta dei nobili; nel 1527 la reggente Anna d’Alençon lo invia con Bartolomeo Della Valle, quale ambasciatore al conte Ladrone, governatore di Alessandria, per chiedere che cessassero le scorrerie dei soldati spagnoli in Monferrato.

Alle esose richieste delle truppe imperiali di un ennesimo contributo per il soldo dovuto ed insoluto, la marchesa di Monferrato e Reggente, Anne d’Alençon, nella primavera del 1527, pur facendo fronte con i propri redditi personali derivategli dai beni personali del fratello Carlo duca d’Alençon, ereditati con la sorella Francesco nel 1525, dovette mettere a contribuzione i paesi e chiedere aiuto ai nobili fedeli. Scrive il De Conti: “Non mancavano però i patrizii di Casale e i vassalli del Monferrato di assisterla, e col consiglio ed anche col denaro, tra’ quali sendosi mostrato generoso, adeguatamente a’ suoi natali sommi, Galeotto Carretto de’ marchesi di Savona, con lo sborso di 4200 scudi d’oro, con altrettanta generosità volle questa principessa corrispondergli; onde, come tutrice e madre del marchese Bonifacio, gli assegnò una parte del feudo di Volpiano, con reddito annuo di cinquanta ongari, ed i redditi del castello d’Acqui, i quali dovessero essere per lui e suoi eredi, finché dalla camera marchionale gli fosse restituito il suddetto denaro da lui sborsato. Questo poi essendo stato restituito da Gio. Vincenzo Carretto di lui nipote, figlio d’Alberto suo fratello, in esecuzione della sua mente (avendo egli nel suo testamento fondato un fidecommisso di casa Carretto, e dichiarato che in caso di restituzione del predetto denaro si dovesse restituirlo con stabili o censi a favore di esso fidecommisso), comprò con quello dalla comunità di Crescentino un annuo censo di scudi trecento trentatre d’oro”.

Il 5 luglio 1527 Galeotto Del Carretto, che era privo di eredi diretti, fece testamento a favore dei nipoti, figli di Alberto (ASTo, Duc. Di Monferrato Feudo di Roccavignale, mz. 59), e l’atto fu successivamente ratificato, il 18 ottobre 1528, dallo stesso imperatore, Carlo V.

Sempre in quell’anno (1528), Anne gli vendeva con diritto di riscatto i tre quarti della terra di Altare, già feudo dei Del Carretto; nel settembre, accompagnò Bonifacio IV Paleologo, marchese di Monferrato, a Piacenza, dove si trovava Carlo V, e poi seguì il suo signore a Bologna. Nel febbraio 1530 ritornò a Bologna con il marchese, per assistere alle incoronazioni dell’imperatore.

Nuovamente a Casale, fu testimone il 6 giugno della tragica morte di Bonifacio, travolto da un cavallo, e con quel drammatico episodio concluse la sua Cronica in prosa (H.M.P., Scriptores, III, col. 1291).

Di lì a poco venne a morte anche Galeotto Del Carretto, in una data che si può fissare con una certa sicurezza al 31 ottobre 1530.

 

Galeotto Del Carretto scrisse numerose poesie liriche di argomento moroso, morale, civile e di contenuto polemico, che sono andate in gran parte perdute. Le attente ricerche degli studiosi hanno portato  alla pubblicazione di componimenti tratti da manoscritti parigini, torinesi, fiorentini e romani: S. Davari, La musica, pp. 53 – 72; R. Renier, Saggio, pp. 231 – 252; G. Girelli, Rime, pp. 1 ss.; A. G. Spinelli, Poesie, pp. 455 – 501; G. Manacorda, pp. 123 – 1254. Alcune di queste restano ancora inedite nel ms. ital. 1543, ff. 89v, 92r, 96v della Biblioteca Nazionale di Parigi e nel Maglibecchi, II, II, 75, ff. 49v, 53v, 59v della Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze. Tra le liriche politiche, oltre alle Laude per Massimiliano, si citano quelle in onore di Ludovico il moro, l’ecloga pastorale per Alessandro VI, le invettive contro la corruzione dei prelati simoniaci e lussuriosi (Spinelli, Poesie, p. 482); fra gli epicedi, spicca il Capitolo de la morte de… Maria già marchesina di Monferrato (Spinelli, Poesie, p. 477), in cui il tono elegiaco riesce a sfumare l’ingombrante presenza della mitologia e dell’occasionale erudizione. Il Manacorda (pp. 82 ss.), seguendo il Girelli (Rime, p. 24), tende ad attribuire al Del Carretto anche componimenti adespoti del cod. 109 della Biblioteca Reale di Torino, mentre si dichiara piuttosto incerto sulla paternità di cinque poesie in lingua spagnola, assegnate al Del Carretto nel cod. XI. B. 10 della Biblioteca Estense di Modena. Uno sicuro porta la firma “Galeotus del Carreto” ed inizia “Per la vuestra departida”.

Gli inediti teatrali che il Del Carretto aveva lasciato in eredità ai suoi nipoti furono via via pubblicati, anche in seguito a circostanze fortuite. Così nel 1542 a Casale, presso G. A. Guidone, fu data alle stampe per interessamento del poeta Niccolò Franco la vivace e licenziosa commedia Li sei contenti. Sempre per iniziativa del Franco nel 1546 fu pubblicata a Venezia, presso G. Gioito, la tragedia Sofonisba (la cui composizione risaliva al 1502). Si tratta di un dramma fiacco e prolisso, che conserva molti elementi della sacra rappresentazione, come il costante impiego dell’ottava rima nel recitativo, la scrittura continua senza divisione in atti, l’inosservanza delle unità di tempo e luogo, la scena multipla (Manacorda, p. 492). La materia è ricavata integralmente dal noto racconto di Tito Livio (XXVIII, 16 – XXX, 15), cosa che garantisce al dramma del Del Carretto una certa continuità, se non unità strumentale. Il Timon greco, che Galeotto Del Carretto compose nel 1497, fu pubblicato nel 1878 a Torino da Giovanni Minoglio. Si tratta di un dramma «mescidato», che ripete pedissequamente la materia del Timone di Lucidano e tiene conto dell’omonimo dramma del Boiardo.

 

Quanto alle opere storiche del Del Carretto, rimasero a lungo inedite, benché fossero conosciute e citate. La Cronica di Monferrato in ottava rima fu pubblicata dal Giorcelli nella Rivista di storia della provincia di Alessandria, VII (1898), pp. 8 – 107. La redazione prosasticasincronica, offerta al marchese Bonifacio  IV, ritenuta per molti anni perduta potrebbe identificarsi con il ms. Ital. 412 della Bibliothèque national di Parigi (Fumagalli, Cronica, p. 396). Il testo originario, di cui la copia di dedica si può considerare una redazione posteriore, rielaborato e continuato sino al 1530, fu pubblicato da Giuseppe Avogadro nei Monumenta Historiae Patriae, Scriptores (Augustae Taurinorum 1848), III, coll. 1305 – 1350. Al Fumagalli (Cronica, pp. 391 s), che più di recente si è occupato della Cronica in prosa, il Del Carretto appare in complesso storiografico, non originale ma piuttosto compilatore, che accosta fonti diverse allo scopo di celebrare la stirpe dei Paleologi.

 

Bibliografia:

A. Marsand, I manoscritti italiani della Regia biblioteca parigina, vol. I, Paris 1835, p. 554.

G. Del Carretto, Cronica di Monferrato, ed. G. Avogadro, Historiae Patriae Monumenta, Scriptores, III, Augusta Taurinorum, 1848;

Lettere inedite di santi, papi, principi, illustri guerrieri e letterati, con note ed illustrazioni del Cavaliere Luigi Cibrario, Torino 1861, pp. 307 – 308.

V. Promis, Galeotto Del Carretto ed alcune sue lettere, in Curiosità e ricerche di storia subalpina, Torino, Bocca, 1879, vol. III, pp. 40 – 50.

S. Davari, La musica a Mantova, <Rivista storica mantovana>, I (1885), pp. 53 – 72;

R. Renier, Saggio di rime inedite di Galeotto Del Carretto, <Giornale storico della letteratura italiana>, III (1885), pp. 231 – 252;

G. Girelli, Rime e lettere inedite di Galeotto Del Carretto, per nozze Amosso-Bona, Torino 1886 (opuscolo tirato in 40 esemplari);

A. G. Spinelli, Poesie inedite di Galeotto Del Carretto, <Atti e memorie della Società storica savonese>, I, Savona 1888, pp. 455 – 501;

A. G. Spinelli, Cinque poesie spagnole attribuite a Galeotto Del Carretto tratte dal codice estense XI B 10, Carpi 1891;

G. Manacorda, Galeotto Del Carretto poeta lirico e drammatico monferrino, <Memorie della R. Accademia di scienze di Torino>, s. 2, XLIX (1898 – 1899), pp. 47 – 125;

G. Tiraboschi, Storia della letteratura italiana, VII, Modena 1792, pp. 995, 1279 s.;

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