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La pittura all'epoca del marchesato
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Macrino d'Alba

La scarsa messe di fonti documentali sul pittore di Alba ha per lungo tempo autorizzato a raggruppare sotto il suo nome molte dubbie attribuzioni di area piemontese tra XV e XVI secolo. Una più attrezzata capacità critica, in grado di coniugare indagine storica ed attenzione stilistica, ha recentemente consentito di dissolvere molte nebbie sulla sua biografia, a cominciare dalla sua stessa identità, quella di Gian Giacomo de' Alladio, soprannominato Macrino probabilmente per la costituzione esile e smunta (che l'Autoritratto presso il Museo Civico di Arte Antica di Torino non lascia, per la verità, ben trasparire), discendente di una famiglia avente una qualche rilevanza sociale in Alba.

Nulla è dato di sapere sul suo avviamento all’arte pittorica, nella natia città di provincia, facente parte di una piccola signoria, quella dei Paleologi, Marchesi del Monferrato. La sua presenza a Roma, dove Gian Giacomo dovette giungere, grazie a conoscenze influenti attorno al 1490, è invece data per certa. Proiettato nella capitale artistica del suo tempo, la effettiva formazione di Macrino avvenne attraverso lo studio dei maestri toscani ed umbri – quali Luca Signorelli ed il Perugino - che operavano presso la sede pontificia.

In particolare, le affinità stilistiche con il Pinturicchio, consentono di avanzare l’ipotesi che Macrino abbia frequentato la sua bottega. In essa egli dovette apprendere il gusto del colore acceso, la impaginazione delle scene tra ardite architetture rinascimentali e paesaggi ricchi di ruderi ed “antiquaria” romani, ma anche –sul piano tecnico- l’uso del “tratteggio con una tempera molto magra stesa sotto un dettagliato disegno a pennello” (cfr. E. Villata), tecnica alla quale Macrino rimase costantemente fedele.

Il ritorno da Roma alla città natale segnò l'affermazione di Gian Giacomo che poteva vantarsi di portare in Piemonte le più prestigiose novità pittoriche centroitaliane. Il debito verso il Pinturicchio è particolarmente evidente nelle opere di quel periodo, dalla sua prima opera nota, il trittico del 1495 con la Madonna, il Figlio e quattro santi (ora al Museo Civico di Torino), al Polittico per la Certosa di Pavia (1496), alla grande Pala con la Madonna in Gloria, firmata e datata (1498)  realizzata per la Certosa di Valmanera presso Asti (ora alla Galleria Sabauda di Torino). L’affermazione di Macrino in terra di Monferrato non fu però incontrastata, ché egli subì, soprattutto ad Asti, la concorrenza di Gandolfino da Roreto. Presso la corte dei Paleologi egli mantenne comunque, a partire dai primi anni del ‘500, la fonte principale delle sue committenze. Sono di quel periodo la Madonna e Santi (1501) presso il municipio di Alba, la Pala del Santuario di Crea (1503) ed i due deliziosi piccoli ritratti di Guglielmo IX Paleologo e di Anna d'Alençon (1503)

Si avverte nell’attività ritrattistica di Macrino una precisa volontà di assimilare la lezione di Leonardo; analogo sforzo si manifesta in alcuni quadri devozionali raffiguranti la Madonna del Latte (collezioni private). Tuttavia non si può, in alcun modo, parlare di un Macrino leonardesco, ché egli rimase sostanzialmente fedele alle lezioni apprese a Roma. Tuttavia si può, qua e là, riscontrare nella sua più tarda produzione ( citiamo la Madonna in adorazione del Bambino, Santi e donatore del 1505 e l’altra Madonna in adorazione del 1508 della Collezione Kress dipinta per il Duomo di Torino ed ora alla Sabauda), una miglior capacità compositiva ed una più sentita umanità, non disgiunta, forse, dal confronto torinese con le opere di Martino Spanzotti.

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